nato a Tel Aviv (classe 1967) crea visioni enigmatiche dense di significato. Sin dalla sua prima mostra nel 1999, ha un modo molto particolare di intendere la fotografia documentaria: con un bianco e nero dai forti contrasti, dove i soggetti più chiari riverberano come di luce propria e l’oscurità incombe agli angoli, i suoi scatti radicali documentano l’esperienza umana, più che il “dato”. Invece di formati panoramici e descrizioni puntuali, di aneddoti dai quattro angoli del mondo frammisti a quel tono esotico che non fa mai male – alle vendite delle stampe, s’intende – il fotografo della francese Agenzia VU preferisce trovare nei suoi soggetti quelle stesse sensazioni che lo spingono nella sua ricerca autoriale: i dubbi, forse anche una sottile angoscia. Il suo tratto distintivo sono le immagini blurred, termine generico che significa nebuloso, o confuso, e che in fotografia racchiude sia lo sfuocato sia il mosso.  E’ il “segno distintivo” dell’opera del fotografo americano (ma di origini israeliane) non è una firma o un marchio (il cosiddetto watermark, appunto) ma un approccio, un modo di connettersi alla realtà che è sia radicale sia umano, “troppo umano”. Il maestro dello sfocato riesce a “mettere a fuoco” meglio di altri passioni, emozioni e ossessioni con uno sguardo all’interiore sulle tracce di un vissuto personale che diventa viaggio collettivo.

    “Cerco di sfuggire alle trappole della realtà, conservando però un legame con il reale. Perché le immagini non sono invenzioni ma punti di incontro.“
                                                                    – Michael Ackerman

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