Cesare è considerato uno degli ultimi anguillari rimasti a Roma, erede di un mestiere antico legato alla pesca delle anguille lungo il Tevere. La sua attività si inserisce in un mondo ormai quasi scomparso, fatto di saperi tramandati oralmente, gesti precisi e una conoscenza profonda dell’acqua e dei suoi ritmi. Per anni ha continuato a lavorare lungo il fiume con reti, nasse e attrezzi costruiti secondo tecniche tradizionali, mantenendo vivo un rapporto diretto e quotidiano con il Tevere e con una cultura popolare che rischia di dissolversi. Negli ultimi tempi, però, la sua attività ha subito un sequestro e un forte ridimensionamento. A breve sarà costretto a lasciare il suo spazio di lavoro, un luogo che ha rappresentato per lui non solo un’attività economica, ma una parte essenziale della sua identità. Con amarezza, Cesare parla di questa chiusura come della sua “fine”, della sua “morte”, non in senso fisico ma come perdita definitiva del proprio mondo e del proprio ruolo. Il suo racconto è quello di una vita interamente intrecciata con il fiume, oggi interrotta da trasformazioni normative e urbane che non lasciano più spazio a queste forme di pesca tradizionale. In Cesare convivono memoria e resistenza. La sua figura non è solo quella di un pescatore, ma di un testimone di un mondo che sta scomparendo, dove il rapporto tra uomo e natura era diretto, concreto e necessario. Fotografarlo significa entrare in una dimensione sospesa, dove il tempo non è quello della città contemporanea, ma quello lento e ciclico del fiume e delle stagioni.
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