Posthuma è un progetto che si colloca dopo l’immagine, dopo l’evento, dopo la forma compiuta. Un territorio visivo in cui ciò che appare non è più testimonianza del presente, ma residuo, traccia sopravvissuta a una trasformazione già avvenuta.
Il lavoro attraversa uno spazio sospeso, dove natura, corpo, mito e artificio perdono i loro confini stabili e si presentano come presenze instabili, a volte incomplete, a volte alterate. L’immagine non cerca di spiegare, ma di evocare: emerge come frammento, errore, visione postuma di un mondo che continua a esistere oltre la sua rappresentazione.
In Posthuma il tempo non è lineare. È stratificato, circolare, talvolta interrotto. Il passato riaffiora come memoria archetipica, il presente si dissolve in forme incerte, il futuro resta un’ipotesi silenziosa. L’atto fotografico diventa così un gesto di ascolto più che di affermazione, un modo per accogliere ciò che resta quando il significato si è già incrinato.
Il progetto interroga il rapporto tra visibile e invisibile, tra controllo e perdita, tra creazione e dissoluzione. Le immagini non si offrono come documenti, ma come apparizioni: segni di una realtà che si manifesta solo per brevi istanti, prima di tornare a sottrarsi.
Posthuma è un luogo di passaggio. Un archivio di sopravvivenze. Un invito a sostare nell’incertezza, dove l’immagine non chiude il senso, ma lo lascia aperto, fragile, ancora vivo.